22 gennaio 2025.
Questa sera, riempiendo la lavastoviglie e spreparando la tavola, canticchiavo il brano musicale di Santana, Maria Maria e in un battibaleno mi è venuta in mente la Maria Bia, una signora che abitava accanto alla casa dei miei nonni e che frequentavo spesso da bambino. Aveva sposato Beppi, quel signore a cui avevo spaccato un filare di angurie sul campo per vedere se erano mature e che per punizione voleva a tutti i costi tagliarmi le orecchie con la “britola” (roncola). Da quel episodio Beppi non mi permise più di entrare nel suo cortile e, nonostante siano passati quarant’anni e che la casa abbia cambiato proprietario, non ci passo tuttora. Maria era molto gentile e mi ricordo che un giorno le avevo chiesto se mi regalava una pianta di quelle belle rose rosse rampicanti che teneva davanti alla sua casa e mi diede invece quattro rami. Mi insegno’ però come piantumarli e da allora ho imparato a farlo anch’io. Da quelle quattro talee ho moltiplicato un’infinità di rose che ancor oggi fioriscono nel mio giardino. Beppi invece ricordo che mi guardava sempre di traverso e che: fumava la pipa, quella che si portò fino all’ultimo giorno della sua vita in ospedale, aveva la pelle consumata dal tempo e portava sempre il capello di paglia, cosa comune nei primi anni ottanta nella campagna dei Venturato alla Fossetta. Vicino alla casa di Beppi abitava suo fratello Mario che aveva un carattere buono come il pane. I miei nonni mi raccontavano spesso che Mario e Beppi erano tornati a casa per ultimi dalla seconda guerra mondiale e che Mario, in particolare, era stato internato nel campo di concentramento di Mauthausen. Nelle mie lunghe camminate nei campi in cerca di reperti archeologici, sopra le zolle arate, mi capitava spesso di incontrarlo; come quella volta che mi fermai a chiacchierare con lui mentre se ne stava a potare le vigne. In quella occasione mi aveva insegnato l’arte di legare le piante con le “strope” (rami di salice campestre), cosa ormai non più utilizzata, ma ecologica. Oltre a Mario, degli anziani c’era mio nonno Angelo, carabiniere Alpino della divisione Julia, che la sorte lo aveva salvato dal finire martire nella Valle del Don come i suoi comilitoni, per aver mangiato una scatoletta di cibo avariato. Mandato al confine italiano a far la guardia era stato arrestato dai tedeschi e tenuto prigioniero a Verona, dove poi era riuscito a scappare, ma ricondotto in carcere dai carabinieri di San Donà, venne per poi liberato al termine del secondo conflitto mondiale. Poi c’era Meno, fratello di mio nonno, che, quando capitava per casa nostra qualche turista straniero, di quei Cecoslovacchi che negli anni ottanta scorazzavano con le skoda verso Jesolo e bivaccavano con le tende nei nostri campi, con loro si fermava spesso a chiacchierare in un perfetto tedesco. Aveva imparato la lingua combattendo affianco ai tedeschi nella campagna del Nordafrica. E infine c’era Sante, anche lui fratello di mio nonno, che abitava un poco più distante (ora si direbbe oltre la Treviso-Mare) e che spesso veniva ad incontrare i fratelli. La sua voce la si sentiva da lontano perché costumava spesso imitare il cane lupo, al sol fine di anticipare l’abbaiare dei nostri cani che ormai non ci facevano più caso. Lui la guerra l’aveva fatta in Eritrea. Casa nostra, come quelle dei vicini, non aveva recinzioni, né chiavi sulle porte e spesso venivano a trovarci tante persone, perlopiù parenti dei miei nonni. Bastava spingere la vecchia porta di legno e dire: “Permesso!” e ci si immergeva in un mondo di accoglienza, tradizione e gratitudine. Non mancava mai chi se ne tornava a casa con qualcosa perché la nostra terra regalava sempre buoni frutti, come le uova che le galline producevano a gogo. C’era infatti la Maria dei vovi (uova), una signora proveniente da Venezia che veniva a trovare i miei nonni e che se ne ritornava a casa con la borsa piena. Non era lei a chiederli, ma mia nonna a regalarli perché alle galline in buona stagione non si poteva legare l’ovidotto. Un giorno al suo arrivo chiamai forte la nonna: “E arrivata la Maria dei vovi!”. E come ben sapete quando i bambini “schittano come i colombi” da quel giorno l’era delle uova per quella signora fini’…
Lascia un commento