La storia di Margherita

04 febbraio 2025
Oggi in treno una ragazzina si stava confidando ad alta voce con un’amica. Non capivo nulla di cosa dicessero perché avevo l’altoparlante degli annunci attaccato all’orecchio che ci dava dentro a gogo. All’ennesimo avviso mi sono spostato di sedile. Mi ero stancato di quella voce insistente che a tutti i minuti ripeteva le solite cose, “finché morte non vi separi”. Ripresi ad ascoltare, quella che ho deciso di chiamare Margherita, perché quel che diceva non erano le solite chiacchiere, ma qualcosa di più interessante. Sono passati quaranta minuti e poi sono sceso a Fossalta, ma quel tempo mi è bastato per ascoltare tutta la vita della sua famiglia. Solitamente raccolgo testimonianze di persone anziane, le quali hanno molte cose da narrare, ma Margherita mi ha veramente sorpreso. Aveva iniziato a raccontare del suo primo lavoro con un contratto a chiamata (intermittente o job on call) nel quale il lavoratore ha gli stessi diritti di un dipendente a tempo determinato e indeterminato, ma con una paga differente in base alle ore effettivamente lavorate. Un impegno portato avanti con coraggio, ma che alla fine si è trasformato in un incubo, in quanto le ore aumentavano, la paga era sempre la stessa, il contratto non cambiava e non le erano riconosciuti i diritti. Nonostante avesse tentato di ribellarsi al sistema, prima con i suoi colleghi che di fronte le erano vicini e al momento clou abbassavano la testa e poi con il datore di lavoro che se ne fregava, è stata lasciata a casa.
Margherita continuò a raccontare anche un’altra storia: quella dei suoi genitori e fratelli, uno dei quali laureato e un altro dipendente dalla droga. La madre anch’essa, prima della sua nascita, era una ex tossicodipendente, figlia di una manager benestante.
Per Margherita la madre nella sua giovinezza non doveva cadere nel mondo della droga perché “stava bene”, ma quella scelta era stata condizionata dalla compagnia che frequentava. Per Margherita: “una persona può uscire dalla dipendenza solo per sua volontà, però caderci dentro dipende dal mondo che ti circonda”. La madre ne era uscita quando aveva conosciuto suo marito perché l’aveva arrestata e poi aiutata, e con lei, a fatica, tra vari tentativi andati a vuoto, erano nati i figli. Suo padre però dopo alcuni anni di matrimonio l’aveva tradita con un’altra donna e se n’era andato per poi lasciar sua moglie cadere di nuovo nel vortice della droga. – “Quel coglione di mio padre. Hanno fatto fatica per farci venire al mondo e quando siamo nati in provetta se n’è andato”.
Parole tristi e toccanti, di una ragazzina molto intelligente e coraggiosa che grida aiuto, in mezzo a una folla di passeggeri sconosciuti che nel silenzio non hanno parole di conforto, ma ascoltano.
Per Margherita “quelli che si drogano di nascosto li scopri subito. Tante volte ho minacciato mia madre e mio fratello di chiamare i carabinieri per farli smettere. Non li ho mai chiamati alla fine, ma ha sempre funzionato. Per fortuna mia madre non si fa di eroina in vena con la siringa perché ha paura dell’ago come me”.
Non mi è dato sapere se anche Margherita ne facesse uso, ma all’apparenza non mi sembrava. Lo spettacolo a teatro è sempre bello, ma dietro le quinte non si vede cosa succede.
Mi sono alzato dal sedile per scendere dal treno e ho voluto guardarla in faccia Margherita. Una ragazza come tante altre.
Quando io e mia moglie abbiamo adottato le nostre figlie, il giudice ci disse: “voi siete il risultato del fallimento della società”. Parole dure che suonano in testa come una campana e che si ripetono quando mi trovo di fronte ad una ragazzina come Margherita, che non è stata affidata ad una coppia “sana” ma ha continuato a vivere nella precarietà della sua famiglia. A volte penso alla madre naturale delle nostre figlie che non mi permetto di giudicare perché anch’essa, come la madre di Margherita, è il risultato debole di una collettività malsana.
Scrivo questa testimonianza per raccontare la fotografia di una pagina del libro della mia vita, come un ceffone preso all’improvviso in faccia per ricordarmi che non serve a nulla apparire belli e appariscenti al mondo, ma bensì bisogna saper ascoltare e operare nel silenzio per il bene comune e con la fede progettare un futuro migliore.

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